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Carcere «Le Nuove»

corso Vittorio Emanuele II, 127

Il nostro percorso si conclude a «Le Nuove», il complesso carcerario costruito nella seconda metà dell’Ottocento. La storia dell’obiezione di coscienza incrocia in realtà solo in maniera laterale questo luogo. Essendo un reclusorio civile, nessun obiettore è mai stato imprigionato qui. «Le Nuove» sono state soprattutto il teatro di altre storie: quelle di detenuti comuni, degli antifascisti, dei partigiani, come Emanuele Artom o Ignazio Vian, atrocemente seviziati nel braccio governato dalle SS. In tempi decisamente migliori, tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, anche alcuni pacifisti, come Giuseppe Marasso e Nanni Salio, hanno trascorso qui alcune notti, dopo il loro arresto nel corso di manifestazioni per l’obiezione di coscienza.

Può forse apparire un controsenso che il racconto del diritto di servire il proprio Paese senza armi, conquistato da un piccolo gruppo di obiettori e nonviolenti, si chiuda in un luogo di detenzione, di violenza, di dolore. Però «Le Nuove» sono oggi un carcere chiuso. Al loro interno si trova un museo, che proprio nella misura in cui ripercorre la storia di sofferenza di questo luogo la sublima e, in qualche modo, la riscatta. Un carcere chiuso, al termine di questa storia torinese dell’obiezione di coscienza, ci sembra possa essere un simbolo potente: le denunce degli obiettori sulle condizioni di detenzione hanno contribuito a rendere le prigioni luoghi meno disumani, la loro lotta per il riconoscimento dell’obiezione ha spalancato le grate delle anguste celle dei penitenziari militari a una visione non armata della difesa del Paese, fatta propria dalla Corte costituzionale in una sentenza del 1985.

Ogni storia ha sempre intrecci troppo complessi per cedere alla seduzione di una facile emozione. Eppure contemplando le mura di questo penitenziario possiamo forse veder scorrere anche le centinaia di anni di detenzione subiti da obiettori libertari, cattolici, radicali, valdesi, anarchici, testimoni di Geova, pentecostali. E insieme guardare al punto di arrivo di una difesa coraggiosa di questo spazio di coscienza, di un ardente desiderio di pace scontato sulla propria pelle: anche da qui è passato il processo di emancipazione della democrazia italiana dai resti del Ventennio fascista, che ha reso l’Italia un paese migliore nel quale vivere.

Our journey ends at “Le Nuove”, the prison complex built in the second half of the nineteenth century. It is not a military prison so it is not explicitly concerned with conscientious objection. Indeed, no objector has ever been imprisoned here: a few pacifists such as Giuseppe Marasso and Nanni Salio spent some nights here because of their demonstrations for the recognition of conscientious objection. “Le Nuove”was the the scene of other stories: those of common prisoners, anti-fascists, and partisans such as Emanuele Artom or Ignazio Vian, atrociously tortured by the SS.
But prison is always a place of detention, of violence, of pain. “Le Nuove” is now closed, and there is a museum instead. That is a powerful symbol! And the struggle of objectors over the conditions of detention has helped to make prisons less inhumane.
That’s why we want to end our walk around Turin here as we consider the history of conscientious objection to military service. Looking at these walls, we want you to see the hundreds of years spent in prison by objectors, Catholics, radicals, Waldensians, anarchists, Jehovah’s Witnesses, and Pentecostals. After the collapse of Fascism, they all did their best to make Italy a better place because they all had the same ardent desire: peace!

Intervista

Giuseppe Marasso – insegnante e agricoltore, pacifista, fondatore del Corpo Europeo della Pace

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